Gallerie Pelucchi: un vero tesoro sotto i nostri piedi!


La frenetica vita brianzola spesso ci impedisce di prendere il giusto tempo per godere dei meravigliosi tesori che offre questa terra, e può capitare che meravigliosi paesaggi o luoghi ricchi di storia siano proprio ad un passo da casa: invisibili ad occhi ormai abituati alla routine quotidiana. Intorno a noi ci sono località tutte da riscoprire, ma che esse si trovino anche sotto i nostri piedi… è del tutto fuori dall’ordinario!
Ebbene, questo è il caso delle gallerie Pelucchi, ribattezzate – non senza fantasia – il Labirinto del Minotauro: un mondo completamente celato ai nostri occhi nel quale tre generazioni di brianzoli si sono spaccati la schiena e giocati i polmoni per estrarre la marna destinata alla cementificazione, così selvaggia, che il nostro territorio ha conosciuto nei decenni.

Il tempo ha fatto purtroppo dimenticare a molti che nell’area tra via Fabbricone e via San Primo nel comune di Olgiate Molgora, dove oggi è possibile osservare le vestigia di un vecchio ponte ferroviario, un tempo esisteva una grande fabbrica che diede lavoro a generazioni di operai e minatori: el Fabbricon, che produceva il cemento Portland.
Tutto ciò fino alla metà del secolo scorso, fino ad un tragico evento del 3 giugno 1967: l’esplosione e il conseguente incendio dello stabilimento, che causò la morte di sei operai di Olgiate, e che portò alla trasformazione dell’area sul piano regolatore del Comune, rendendola edificabile per la residenza civile.
Il Fabbricone (così chiamato per le dimensioni del complesso) nacque nel 1906, quando i fratelli Gnecchi, già titolari delle cave di Maggianico, attive dal 1876, ebbero l’idea di sfruttare i giacimenti di marne posti tra la frazione di San Zeno a Olgiate e il comune di Santa Maria Hoè. Gli Gnecchi sapevano che l’area dove sarebbe sorto il Fabbricone godeva di notevoli vantaggi logistici: innanzitutto era collocata a ridosso dello scalo merci della stazione di Olgiate Molgora, sulla linea ferroviaria Lecco-Milano, poi si trovava vicino alla strada Statale 342 Bergamo-Como (la “Route 66” della Brianza) e alla Statale 36 dello Spluga, Lecco-Milano. Era un vero e proprio crocevia stradale; sufficientemente distante dai cementifici concorrenti.

La cementeria sarebbe sorta nel cuore della zona mineraria: un’area di 10.000 mq alla base del monte S. Genesio.
L’area dello stabilimento era di proprietà dei marchesi Sommi Picenardi che cedettero i terreni ai fratelli Gnecchi perché consideravano l’industrializzazione di Olgiate come un grande bene per l’intera comunità, senza calcolarne gli eventuali danni ambientali.
I lavori, che coinvolsero manovalanza locale, dal 1906 si protrassero fino al 1908, anno nel quale l’impresa poté dare inizio alla produzione industriale; mentre dal 1907 in avanti si svolsero pure i lavori di approntamento delle cave.
La fabbrica alla sua apertura era dotata di impianti adeguati per la produzione di cemento Portland naturale su scala industriale. Tuttavia, per soddisfare le esigenze di una domanda in aumento, nel volgere di pochi anni gli impianti furono potenziati.
Il Fabbricone era capace di produrre 25.000 tonnellate di cemento all’anno partendo da 40-45.000 tonnellate di pietra grezza e di 40-50.000 tonnellate di carbone fossile, importato dall’Inghilterra e dalla Germania. La concorrenza però cresceva di anno in anno, specie dopo l’apertura dell’impianto Italcementi di Calusco d’Adda nel 1911; e la crisi industriale del 1912 obbligò la Banca di Lecco, tra i principali finanziatori dell’azienda, a recedere dai propri impegni. Gli Gnecchi non seppero rispondere da soli alla profonda crisi e cedettero l’intero complesso ai Fratelli Pesenti, principali azionisti della Società Anonima Italiana Cementi di Bergamo.

I nuovi proprietari intrapresero una politica di potenziamento della fabbrica e delle cave di marna: nel ventennio fascista, sotto la direzione della nascente Società Italcementi, il Fabbricone produceva 40-50.000 tonnellate di cemento all’anno partendo da 70.000 tonnellate di pietra grezza. Negli anni successivi però la resa del Fabbricone diminuì lentamente nel tempo, soprattutto a causa dell’esaurimento delle vecchie miniere di marna e della forte concorrenza delle nuove cementerie, molto più efficienti sia dal punto di vista produttivo che energetico.

Nel 1941, in piena guerra mondiale, l’Italcementi decise di chiudere le attività del Fabbricone di Olgiate, privilegiando il cementificio di Calusco d’Adda, le cui cave di marna erano ben più promettenti. Tale decisione fu resa ancor più motivata dalla difficoltà nell’approvvigionamento di carbone proveniente dall’Inghilterra per via degli embarghi strategici.
Parte delle gallerie furono in seguito ripristinate e riutilizzate come fabbrica di smaltimento del legno e di produzione della segatura sino al tragico evento del 1967.

Il trasporto dei materiali avveniva tramite una ferrovia a scartamento ridotto detta dècauville, per mezzo della quale una piccola locomotiva a vapore trainava una lunga fila di vagoncini, collegando le cave fra loro e trasportando il tutto verso il cementificio dove veniva lavorato.
I lavori di rimozione dalle gallerie della ferrovia dècauville furono gli ultimi a terminare nel 1952, e portarono via tutti i materiali e le attrezzature metalliche in dotazione (perforatrici, montacarichi, corde metalliche ed utensili vari).
Ciò che resta del complesso di miniere è un gruppo di gallerie completamente abbandonate e dall’atmosfera così suggestiva che se si volesse intervenire per una riqualificazione turistica dell’area – peraltro già ipotizzata dagli enti preposti e valutata nell’ordine delle decine di milioni di euro –, la località potrebbe trasformarsi in un sito di archeologia industriale pari alla sola Crespi d’Adda.
Purtroppo però, per motivi di sicurezza, ad oggi e com’è stato per gli ultimi 50 anni, il complesso minerario Pelucchi non è nemmeno visitabile.
Un vero peccato, poiché quando si entra nelle gallerie per la prima volta si viene invasi dalla sensazione dell’enormità di una vera e propria cattedrale sotterranea; simulacro della fatica e delle storie di tanti uomini dimenticati, che affidavano le loro vite, scandite al ritmo dei crolli e della dinamite, alla santa protettrice dei minatori: s. Barbara, di cui ancora si può notare il sacello votivo.

Composta da 5 livelli di gallerie sovrapposte e subparallele fra loro, solamente il primo livello della miniera sarebbe percorribile; i livelli inferiori sono invece costantemente sommersi dall’acqua di falda. Tali livelli sono in comunicazione fra loro per mezzo di un pozzo in cemento armato, utilizzato per la salita e la discesa dei cassoni caricati con il materiale di coltivazione. I cassoni, messi in movimento da un grosso argano, tuttora esistente e probabilmente funzionante, scorrevano sui binari a scarto ridotto ancora visibili.
Il primo livello della miniera, quasi completamente in asciutto, ha una lunghezza di 130 metri, una larghezza variabile tra 15 e 10 metri, un altezza di circa 12 metri e termina con un bivio che dà origine a due tronchi di gallerie: il più grande dei due si sviluppa a sinistra per altri 136 metri, mentre l’altro tronco, sulla destra, non è altro che uno stretto cunicolo di 2 metri per 2 che va a perdersi in un altro complesso sistema di gallerie, completamente allagate, sotto il colle del Buttero.
I livelli sommersi delle gallerie Pelucchi non sono inferiori per articolazione, come hanno testimoniato nel corso degli anni, a partire dal 2002, una serie di esplorazioni subacquee condotte dagli esperti speleo sommozzatori di Almé.
Le esplorazioni subacquee hanno permesso di fare un sopralluogo completo della miniera: dagli otto sino ai meno settantaquattro metri di profondità massima registrata in immersione.

Si può affermare che sotto Olgiate Molgora vi sia un autentico lago sotterraneo!
“Per questo e per prevenire i rischi idrogeologici abbiamo commissionato uno studio agli esperti del Politecnico di Torino – spiegava, ancora nel 2013, l’ex sindaco di Olgiate Alessandro Brambilla. Dagli studi e dai rilievi sembrerebbe non sussistano rischi imminenti, dovrebbe succedere un cataclisma perché la massa d’acqua possa spostarsi dalla sua sede attuale”.
Ma c’è un’ulteriore ragione, oltre alla sicurezza, per la quale è precluso ai non addetti ai lavori l’accesso alle gallerie: a circa 300 metri dall’entrata, opportunamente sigillata, è presente una colonia di pipistrelli appartenenti a due specie protette e a grave rischio di estinzione, Myotis capaccinii e Myotis nattereri (la cui convivenza, peraltro, è stata registrata per la prima volta proprio qui).
La chiusura per motivi di sicurezza pubblica dell’entrata principale delle gallerie Pelucchi ha permesso quindi lo stanziamento di queste colonie di animali. Gli eventuali progetti di recupero ed apertura al pubblico delle gallerie Pelucchi – seppure improbabili di questi tempi visti i costi – dovranno tenere conto della presenza di questi ospiti, ormai gli unici custodi nell’oscurità di un luogo fantasma.

Grazie per le preziose informazioni storiche a: “Labirinti sommersi. La cementeria del Fabbricone e le gallerie Pelucchi.”, collana “Olgiate. Pagine di storia” n. 3.

I contributi fotografici sono tratti da http://www.sommozzatorialme.it

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