MEDAGLIA D’ONORE AL PARTIGIANO LUIGI CRIPPA. Fu deportato per aver aiutato a scappare donne e bambini ebrei.


ATT0 (1)Non sempre è facile sopravvivere alla propria storia. Alcune esperienze sono così devastanti che ti lasciano un marchio indelebile tatuato sul corpo e nella mente. Luigi Crippa, classe 1923, ha portato su di sè per una vita i segni dell’orrore nazi-fascista. Ma la follia umana non è riuscita ad intaccare quella forza che gli ha permesso di salvarsi, costruire una famiglia e diventare marito, padre e lavoratore modello. Il 2 giugno, in una cerimonia svoltasi presso il Teatro della Società,  la Prefettura di Lecco ha omaggiato la memoria di Luigi Crippa con una Medaglia d’onore postuma; il riconoscimento è stato consegnato dal sindaco di Olgiate Molgora Dorina Zucchi. <<Sul palco è salito mio fratello Virgilio perché mamma era troppo agitata – spiega Pinuccia, figlia di Luigi, residente in paese con la sua famiglia e la madre Mercedes – Mio padre sarebbe stato molto contento. Anche al lavoro, prima di andare in pensione, aveva ottenuto una medaglia d’oro perché non si era mai assentato un giorno. Papà era una persona estremamente corretta, con i piedi ben piantati per terra. Era un esempio per tutti e un genitore molto presente>>.

Luigi Crippa nacque il 19 agosto 1923 a Bagaggera, ultimo di otto fratelli. Giovanissimo, ancora minorenne, lasciò il suo paese con una quindicina di amici per diventare partigiano. <<Non ammetteva ingiustizie: il suo principale impegno era la difesa dei più deboli, soprattutto delle donne e dei bambini – racconta Pinuccia – E proprio per aver aiutato un gruppo di donne e bambini ebrei a fuggire venne arrestato. Prima fu carcerato a San Vittore, poi deportato in due campi di concentramento, a Mauthausen e in Polonia. Mi raccontava spesso quello che aveva passato: venivano trattati peggio degli animali; possedevano solo una scodella per bere e una per mangiare. I pasti consistevano sempre in una brodaglia con le patate. Mio padre, per tutta la sua vita, non ha più voluto mangiare patate, le odiava! Lui e gli altri prigionieri venivano picchiati continuamente; sulla schiena aveva ancora i segni delle frustate. Erano sottoposti ad ogni atrocità, tra cui scavare le fosse comuni dove venivano gettati  e bruciati i corpi dei prigionieri uccisi. Mi raccontava, inoltre, che gli mettevano degli stuzzicadenti sulle palpebre per non mettergli di chiudere gli occhi mentre lo obbligavano ad assistere alle violenze e alle torture che infliggevano alle donne>>. Luigi Crippa fu salvato dall’esercito statunitense. Quando tornò a casa, a piedi, pesava 40 chili (era alto un metro e ottanta) e aveva i bronchi compromessi dal freddo e dalle infezioni contratte. <<La sua salute non si è mai completamente ristabilita – continua Pinuccia – credo che se non avesse sopportato tutte quelle sofferenze, oggi sarebbe ancora tra noi. Era un uomo forte. Dei quindici che erano partiti all’inizio della guerra, solo due sono tornati>>. Una volta a casa, Luigi Crippa continuò ad aiutare i genitori nei campi. Nel 1961 sposò Mercedes, dalla quale ebbe tre figli. <<Successivamente divenne operatore ecologico a Milano – precisa Pinuccia – io ho avuto la fortuna di averlo tanto a mia disposizione, dopo la pensione. Parlavamo molto. Mio padre ha sempre avuto un occhio di riguardo per i diritti delle donne e ha voluto che io studiassi e mi conquistassi la mia autonomia. Non era una cosa così scontata per un uomo degli anni Venti>>. Luigi Crippa è morto nel 2002, ma continua a vivere nell’affetto dei suoi cari e nella memoria civile di un Paese che non deve dimenticare quanto accaduto.

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